In mostra a Venezia 2.500 anni di monete false

monete false, palazzo ducale, gdf, euro falsi, lire falseLe monete affascinano collezionisti e non solo, sono una testimonianza importante della nostra storia, pertanto una mostra ad esse dedicata è sempre un’occasione di studio e confronto. Ma la mostra promossa a Venezia dal Comando generale della Guardia di Finanza è decisamente più originale delle solite mostre numismatiche, infatti al centro dell’esposizione ci sono monete false, spesso messe a confronto con quelle originali.

La falsificazione delle monete, è un fenomeno vecchio, praticamente quanto le monete stesse, infatti i più antichi esemplari in mostra hanno circa 2.500 anni, essendo di epoca greco-romana, ma naturalmente non manca anche uno sguardo, in questo caso più preoccupato, verso l’oggi, con le falsificazioni, spesso davvero ben fatte, dell’euro.

Attraverso l’esposizione di prestigiose collezioni provenienti dai più importanti musei italiani, la mostra “Il Vero e il falso” a Palazzo Ducale, permetterà a tutti uno stimolante viaggio alla scoperta della contraffazione monetaria. 

Dopo aver fatto tappa in altre 8 città italiane, la mostra è ora arrivata in laguna. E’ strutturata per aree tematiche, ed espone anche alcuni dei più clamorosi casi di contraffazione, mettendo a confronto gli esemplari originali con quelli fasulli. Vi si possono ammirare le serie complete delle banconote in lire emesse dalla Banca d’Italia, ma anche esemplari della famosa collezione di Vittorio Emanuele III, la più importante al mondo di monete medievali italiane. 

Non manca una stamperia clandestina, ricostruita in un angolo di Palazzo Ducale, con tanto di poster di Totò e Peppino ne “la banda degli onesti”. 

A completare questo interessante viaggio tra vero e falso, anche un’area riservata alla “moneta elettronica”, con informazioni molto utili, visto che tutti noi usiamo bancomat e carte di credito, sottoponendoci, potenzialmente, a non pochi rischi.

 

L’altro Afghanistan di Monika Bulaj

foto, palazzo ducaleIntanto buon ferragosto a tutti. Oggi vi parlo di una mostra fotografica dal titolo L’altro Afghanistan, visitabile a Palazzo Ducale fino al primo di ottobre. Si tratta di oltre due anni di immagini realizzate con una Leica, in uno dei Paesi più osservati e meno visti della geopolitica mondiale. Ultimamente, secondo me, decisamente trascurato dai media, come se parlarne fosse passato di moda. Ma che succede in Afganistan, in quello vero, quello dei piccoli paesi, con pochi o nessun contatto ed apertura verso l’occidente globalizzato?

C’è un Afghanistan solo, ma non è quello che ci raccontano i reportage di guerra. La guerra non si vede mai, ma è dappertutto nelle fotografie di Monika Bujal, negli atti domestici e pubblici, nei gesti quotidiani di un popolo che della guerra ha fatto uno stato dell’anima, un elemento dell’ambiente, un criterio regolatore delle abitudini. 

Nelle fotografie di Bujal, polacca di nascita, triestina di residenza, filologa di formazione, traspare l’amore per il teatro e la fotografia, che l’hanno portata a viaggiare nell’Afghanistan dei villaggi, dal confine con l’Iran a quello con la Cina, in molti modi e con molti mezzi diversi, a volte coperta dal burqa, sfruttando il doppio privilegio di essere donna tra le donne (dunque ammessa dove gli uomini non possono), e ospite per gli uomini (dunque da proteggere). 

Il cuore della sua ricerca è la scoperta e il racconto degli infiniti sottomondi e delle tante culture e sentimenti che sopravvivono in Afganistan, e continueranno a farlo fin quando sarà loro possibile negli anfratti ancora non raggiunti dalla globalizzazione.

Nuovi accordi e spazi ritrovati

997479378.2.jpgStorico accordo tra Comune di Venezia e Ministero della Difesa che permetterà probabilmente di evitare che quello che fu il simbolo dell’egemonia della potenza della Serenissima diventi un nuovo grande albergo di lusso.
Parti importanti dell’Arsenale di Venezia sono tornate in questi giorno di proprietà del Comune di Venezia, nella speranza che ora non vengano da questo poste in vendita per rinsaldare le sue malandate casse.
Le Corderie, le Artiglierie, le Tese, oltre alle Sale d’Armi Nord: sono meravigliosi spazi rinascimentali che il Ministero della Difesa ha ceduto al Comune di Venezia facendo seguito al protocollo d’intesa per la “razionalizzazione e riqualificazione e valorizzazione di alcuni siti militari presenti nel territorio veneziano”.
Un accordo firmato dal sindaco Giorgio Orsoni e dal ministro Ignazio La Russa il 13 dicembre scorso a Roma.

La bella notizia è stata comunicata in questi giorni dallo stesso sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto al sindaco di Venezia annunciando l’avvenuta disposizione del Demanio Militare che predisporrà gli atti di natura tecnico amministrativa necessari.
Un passo storico per la Città che da oggi si riappropria di enormi spazi (in parte va detto già in uso alla Biennale di Venezia).
Parlando di altri e ben più noti pezzi della storia veneziana, non posso non segnalare che la facciata di Palazzo Ducale affacciata sul Bacino di San Marco ha delle oscillazioni orizzontali che arrivano a due millimetri. A dirlo è una relazione riferita ad una serie di monitoraggi presentata dal professor Salvatore Russo, responsabile scientifico del Laboratorio di Scienza delle Costruzioni dell’Iuav (l’istituto universitario di architettura di Venezia), nel corso di un convegno; un dato che per il docente richiederebbe ulteriori approfondimenti, pur senza ”inutili allarmismi”. L’oscillazione della facciata potrebbe infatti rientrare a pieno titolo in quel rapporto di ”elasticità” che fin dalle origini sembra governare la tecnica costruttiva nella città lagunare.

Bosch a Palazzo Grimani

visioni.jpgL’arte visionaria del pittore fiammingo più famoso ed originale torna protagonista a Venezia: dal 19 dicembre 2010 al 20 marzo 2011, a Palazzo Grimani (Santa Maria Formosa) con la mostra ”Bosch a Palazzo Grimani”.

In questo nuovo appuntamento veneziano dedicato a Hieronymus Bosch, si potranno ammirare tre capolavori del noto artista: la Visione dell’Aldilà (1500 – 1503), il Trittico di santa Liberata (1505) e il Trittico degli eremiti (1510), provenienti da Palazzo Ducale.

Le opere in mostra facevano parte della collezione del cardinale Domenico Grimani e giunsero nelle collezioni di Palazzo Ducale dopo la morte del prelato, grazie al suo lascito testamentario alla Serenissima.

Il Trittico di santa Liberata e il Trittico degli eremiti, passarono per un periodo a Vienna, prima nelle collezioni imperiali fra il 1838 e il 1893, poi al Kunsthistorisches Museum fino al 1919, e fecero poi ritorno a Palazzo Ducale, dove sono attualmente conservati.

Il pittore olandese firmò alcuni dei suoi dipinti come Bosch (la corretta pronuncia in olandese sarebbe Boss). In spagnolo viene spesso chiamato El Bosco; in italiano talvolta Bosco di Bolduc (da Bosch e Bois le Duc, traduzione francese di ‘s Hertogenbosch = Bosco Ducale, città natale di Bosch).

I suoi lavori sono conosciuti per l’uso di iconografie estremamente fantasiose che attingono ai bestiari medioevali per illustrare concetti morali e religiosi. Protagonista delle sue grandi opere è l’umanità, che a causa dei suoi peccati è condannata all’inferno; l’unica via che sembra suggerire l’artista per redimersi si trova nella meditazione, come suggeriscono le figure di santi che, anche se circondati dal male, riescono a raggiungere la salvezza.

Nella foto dettaglio de: la Visione dell’Aldilà.

El paron de casa

paron.jpgEl paron de casa“: così i Veneziani chiamavano affettuosamente il campanile di S.Marco.
Alla sua ombra i mercanti piazzavano i banchi di mescita per tenere fresco il vino; ancor oggi nella città si dice “andar per ombre” o “farse un’ombra” o “bever un’ombra” per indicare la frequentazione di locali (bacari) dove si mangia (magari i “cicchetti”) e, sopratutto, beve.

Il campanile quando crollò, il 14 luglio 1902, non fece nessuna vittima (neppure un colombo) e non causò nessun danno alla vicina Basilica.

El paron de casa” ospita cinque campane: la Marangona (da “marangon”, cioè carpentiere), che suonava la mattina e la sera all’inizio e alla fine del lavoro, il Maleficio, che annunciava le condanne a morte, la Nona, che suonava alla nona ora, la Trottiera, che, fino al XIV secolo, richiamava i magistrati alle sedute di Palazzo Ducale e la campana dei Pregadi, che chiamava invece i senatori a Palazzo.